Ciò che non siamo disposti a vendere

Non condivido molte cose dell’analisi storica e della proposta culturale e politica presentata da Alessandro Baricco in questa lunga lezione su Soldi pubblici e cultura tenuta lo scorso anno all’Università Ca’ Foscari di Venezia (qui solo il video della prima parte). Condivido certamente la passione per questi temi e l’urgenza di avviare al più presto delle occasioni di riflessione e di confronto.

Dal disegno di legge Veltroni del ’97 ad oggi la politica bipartisan ha cercato in tutti i modi di imporre al Paese l’immagine di una cultura assistita incapace di stare al passo con i tempi e, purtroppo, anche Baricco ricade in questo falso modello. Di conseguenza gli unici obbiettivi oggi imposti a queste realtà sono l’efficienza, la produttività, lo stare sul mercato, il fare sistema, il risanamento. Nuove parole d’ordine scelte con cura tra i vocaboli dell’economia e del management che rischiano di farci dimenticare il senso e la memoria di quelle attività culturali e la funzione sociale di quei luoghi di aggregazione che le ospitano.

Nell’intervento di Baricco trovo particolarmente pericolosa la proposta di affidare solo ad economisti e manager l’ideazione di nuovi modelli gestionali, lasciando ai margini gli intellettuali e gli artisti. Così come l’istituzione di un Arts Council italiana che funga da interfaccia tra la politica e le attività culturali sul modello di quella anglosassone immaginata dall’economista Keynes. Un ente del genere in Italia si trasformerebbe subito nell’ennesima sovrastruttura gestita dai soliti burocrati, quei “boiardi” che, in questo caso giustamente, anche Baricco critica come casta che governa da troppi anni la cultura italiana.

Bruno Dal Bon